Piero Pelù, la parte tenera (e inedita) del Diablo

TISCALI.IT (di Cinzia Marongiu) – È il Pelù che non ti aspetti. Padre tenero di tre figlie, quelle che lui chiama “le mie amabili streghette”, preoccupato come tanti genitori per le droghe pesanti, Internet e la tv spazzatura. Padre capace di scostare il suo ego per chiedere consigli sull’abbigliamento alla figlia maggiore o sulla musica alla figlia di mezzo. Un uomo ironico ma soprattutto autoironico, capace di confessare le “bischerate” più ingenue, come quella di farsi rubare la bicicletta a New York e di pretendere pure di fare la denuncia mentre i poliziotti della città, dove ogni minuto è scandito da un crimine, lo guardavano esterrefatti. Un indiscusso protagonista della scena rock degli ultimi trent’anni che però sa essere autocritico e ammettere i propri errori, anche quelli clamorosi, come l’aver lasciato i Litfiba per dieci anni. Insomma, il Piero Pelù che ci ritroviamo davanti nel camerino di The Voice, canottiera, tatuaggi e basette brizzolate, non è il rocker d’ordinanza, anti-tutto per definizione, adrenalina e anticonformismo purché sia.

“Ribellarsi non è eroico, ma vitale” –  Certo, Pelù anche in questa videointervista parla contro “il sistema”, spiega meglio il suo discorso del Primo Maggio, quello che ha sollevato tante critiche e che da qualche settimana lo fa vivere nell’occhio del ciclone. “Davo dei consigli al premier su ciò che a me sembra più urgente affrontare, a cominciare dalla lotta alle mafie e all’evasione fiscale. Preoccupato? No, sereno”. Perché d’altra parte i suoi attacchi frontali ai potenti e le sue grida di rabbia contro le organizzazioni mafiose, non sono novità di questo periodo. Da anni i suoi concerti sono costellati di discorsi contro il sistema e soprattutto di inviti alla ribellione. Ecco, questa è la parola chiave, la stessa che usa come titolo nell’autobiografia, Identikit di un ribelle, scritta con il giornalista Massimo Cotto e pubblicata per Rizzoli. “La disobbedienza non è un gioco da ragazzi né l’ultima spiaggia di chi non ha nulla da perdere. Opporsi alle ingiustizie è un preciso dovere morale, una necessità. Perché ribellarsi non è eroico, ma vitale”. Un Pelù sorprendente, insomma, capace di confessarsi a cuore aperto, di dare conto delle sue debolezze con l’alcol e di come sia riuscito a superarle. C’è anche il Pelù burlone, quello che scerza con la Raffa nazionale e che ammiccante ammette: “Con lei mi sono preso qualche confidenza”. E racconta del suo portafortuna non proprio canoninico.
La mappatura dell’anima attraverso i tatuaggi – Un artista che per una volta si toglie la maschera da Diablo e accetta di fare la mappatura dei punti cardinali del suo animo, quei tatuaggi che gli ricoprono il corpo e che svelano molto di lui: “C’è il primo, un teschio con le ali, simbolo dei motociclisti che feci nell’88 dopo un lunghissimo viaggio in moto, con il teschio infuocato simbolo dei motociclisti. La passione per i teschi e le ossa l’ho ereditata da mio padre. Lui fa il radiologo e io da piccolino vedendo tutte quelle ossa mi ci sono un po’ fissato”. Poi c’è un grande tatuaggio che gli ricopre le spalle ed è il simbolo di una tribù degli indiani d’America, i Mohave. Nel braccio destro ho inciso dei numeri: è il codice fiscale della mia compagna. L’ho fatto quando ho capito che sarebbe stata lei a rendermi di nuovo padre della mia terza figlia che oggi ha 10 anni. Infine sugli avambracci ho inciso in grande il nome di Santa Sarah. È la santa protettrice dei nomadi, delle persone che vivono senza fissa dimora, degli zingari, dei randagi. Insomma, di quelli come me”.
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