Piero Pelù contro Renzi al Concertone, solo populismo

NOTIZIE.TISCALI.IT (di Mariano Sabatini) – Non mi entusiasmano i cori, non mi lascio trascinare dagli applausi, tutto fuorché spontanei; mi irritano gli slogan, gli striscioni, le riunioni di condominio allargate a dismisura; detesto il tifo (quasi sempre malato – prova ne sia quello che è accaduto ieri attorno allo stadio Olimpico – per antiche, radicate connivenze) che sfocia inevitabilmente in un viscido populismo senza vie d’uscita alternative a se stesso.

Sarà che fatico a riconoscermi nelle masse guidate a loro insaputa da condottieri con pochissimi scrupoli e discutibili fini, perlopiù merceologici, che si muovono all’unisono. Ma certe manifestazioni laiche, ripetute all’infinito senza neppure ricordare le origini e le mete che si prefiggono, mi lasciano del tutto indifferente. Me ne tengo, infatti, alla larga. Al massimo le osservo a debita distanza, protetto dal piccolo schermo.

Leggo così la pessima sortita del rocker Piero Pelù in quella anacronistica sceneggiata che è il Concerto del Primo Maggio in piazza San Giovanni a Roma. Dovendo intrattenere i convenuti da ogni dove, il cantante, con insospettabile vocazione da predicatore, ha pensato bene di agitare le acque già melmose del dibattito politico. Contro Renzi e l’obolo da ottanta euro in busta paga ai lavoratori statali, ha voluto aggiungere la sua superflua voce non modulandola, immagino per perseguire la via dell’originalità, sulle consuete note alte, bensì su quelle stonate della polemica ad ogni costo.

Non gli bastava essere lì, alla festa dei lavoratori senza lavoro, organizzata da un figuro, habitué dei fallimenti, del quale il giornale online Linkiesta ha scoperchiato quelle che ha definito magagne: “critiche incrociate, budget risicati, aziende in liquidazione e lavoratori in attesa dei pagamenti”. Pensate in quali belle mani è finita l’esaltazione del sacrosanto diritto al lavoro.

Gli ascolti televisivi in picchiata (meno di un milione per il 3,87% di share, in prima serata) arrivano a certificare un sostanziale disinteresse per questa manifestazione, ormai prima di apprezzabile spinta propulsiva, che si aggrappa ad arte a sceneggiate tipo quella di Pelù. Liberissimo lui di farle, liberissimi noi di considerarle vuoti slogan. Molto poco efficaci. Dalle parti del Pd hanno replicato con prontezza, liquidando l’uscita come quella di un milionario poco vicino ai problemi di chi vive con mille euro al mese. Il che non è poi così lontano dalla realtà. Presto lo scambio è degenerato in rissa da cortile, con l’appoggio inevitabile di Beppe Grillo. E addio festa dei lavoratori che – ci manca giusto un Pelù – dovranno presto affidarsi al Wwf in quanto specie in estinzione.

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