Pelù, rivoluzionario di lotta e di talent

LASTAMPA.IT – Eppure Piero Pelù fu rottamatore prima di Matteo Renzi. Nel 1991, in un tour che si chiamava Pirata – secondo l’immagine che di sé il cantante ama consegnare – Pelù replicava un breve monologo su Andreotti: «Chi non ha un sogno nel cassetto? Aspettare sotto casa Gobbetto, Giulio, dirgli: Giulio, fuori dai coglioni! Non se ne può più, basta! Giulio, sei vecchio, vattene!». Poi attaccava la canzone («Bandido del sertão…»).

Quelli erano tempi nei quali Pelù aveva meno di quarant’anni, e torso nudo e basette appuntite gli consegnavano ancora un’immagine quasi adeguata alle rivendicazioni canore. «E dittatura e religione / fanno l’orgia sul balcone», era uno degli atti di disobbedienza a cui non rinuncia oggi che, oltrepassata la cinquantina, continua a dichiararsi facinoroso. Intendiamoci, un facinoroso un po’ all’italiana, come è comprensibile che sia: infatti nel 2012 ha scritto un’autobiografia (Identikit di un ribelle) per uno dei santuari dell’editoria istituzionale, cioè la Rizzoli, che più di altri garantisce una distribuzione all’altezza delle aspettative.

Ora contro Pelù si sta scatenando di tutto, ma Pelù è Pelù da sempre, e il suo stile è quello. Difatti non c’è battaglia destinata a strappare l’applauso automaticamente fragoroso – contro la guerra, contro la mafia, contro la disoccupazione, contro la fame del mondo – al quale Pelù non si sia applicato, peraltro con stupefacenti e meritati ritorni economici. Lui, però, dice che non è tutto velluto. A un certo punto scrisse un brano, Fiorirà, dedicato ai ragazzi di Locri («fare finta di niente fare / finta che tutto può cambiare…») e ne guadagnò grossi guai: «La criminalità organizzata mi minacciò». Ho tirato avanti a testa alta, disse, perché «mi ispiro a Lea Garofalo», la donna uccisa dal marito siccome intendeva testimoniare contro la ’ndrangheta e la cui memoria oggi meriterebbe accenni meno disinvolti. Il fatto è che Pelù pare aggredito da un bisogno fisico di essere un ribelle impeccabile. C’è la canzone vibrante orrore per la pena di morte («l’ultima sigaretta / miccia al tabacco / poi il mio trono esploderà»), c’è la collaborazione con don Andrea Gallo per la legalizzazione delle droghe leggere («io don Gallo lo volevo Papa»), c’è quell’incontro redditizio con Jovanotti e Ligabue nel lancio di Il mio nome è mai più, un urlo straziato per i cinquantuno conflitti (il cinquantunesimo era quello del Kosovo) in corso nel mondo nel 1999. C’è l’orgogliosa sfida antimilitarista alla parata del 2 giugno: «Dovrebbero sfilare i cassintegrati, non i militari». A ogni buona causa Pelù ha applicato la sua insubordinazione.

Per queste ragioni è un peccato che si riduca l’antipatia del leader dei Litfiba per l’ex sindaco di Firenze a una questione locale, quella della direzione artistica dell’Estate Fiorentina. È dallo stesso staff di Renzi che fanno sapere che Pelù è avvelenato perché, arrivato a Palazzo Vecchio, Renzi non lo confermò; in realtà Pelù si dimise nel 2007, quando il premier era ancora alla presidenza della Provincia, rinunciando a 72 mila euro di stipendio. Piuttosto incuriosisce che un bucaniere indomito dei nostri decenni corrotti abbia collaborato – previa giusta retribuzione – con la casta mascalzona. Sembrerebbe che, in attesa di cambiare il mondo, Pelù si accontenti di cambiare, che so?, il festival di Sanremo. Nel 2001 accettò di partecipare come ospite perché «il festival è cambiato». Non si capì come fosse cambiato, ma si capì che lo era grazie a Fabio Fazio, e del resto «con Fazio, Sanremo è una cosa importante, se potessi lo farei», ha ripetuto prima dell’ultima edizione, pochi mesi fa.

È persino consolante l’idea di un ribelle attratto dalla più solida manifestazione di musica basso-borghese. Come ribelle, Pelù vanta infatti contaminazioni da una sana cultura da centro commerciale: va a promuovere i suoi dischi in trasmissioni della Rai che si chiamano Taratatà; per la medesima emittente – non proprio una piccola tv indipendente e corsara – fa l’inviato di Simona Ventura a Quelli che il calcio dietro alla Fiorentina; ora come i più sanno è uno dei coach di The Voice, il talent di Raidue, dove è affiancato da Noemi e Raffaella Carrà, non proprio dei monumenti dell’insurrezione antisistema.

Ecco, anche Renzi dovrebbe lasciar correre. E dovrebbe lasciar lavorare Pelù, che fa quello in cui è ferrato. Sale sul palco di San Giovanni e dice «sono una voce fuori dal coro» col medesimo trasporto con cui, dodici anni fa, definiva Cofferati «l’uomo nuovo». E poi adesso ha tre figlie.

Una nel 2008, da diciottenne, secondo i racconti del babbo era «nella fase passeggera della guerra al padre». Fase passeggera, perché non ci si ribella ai ribelli.

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