Pelù contro Renzi: «Una volta si chiamava fascismo»

LETTERA43.IT – Torna a tuonare Piero Pelù. Dal solito Facebook riattacca con abbondanza di maiuscole Matteo Renzi (qui la risposta del premier) e le sue «camicie nere» che, secondo il rocker, in questi giorni lo «hanno bastonato duro per aver osato parlare di mafie italiane, di voto di scambio, di corruzione, di spese allucinanti e inutili che rubano risorse enormi alla scuola, alla sanità e alle famiglie che invece (e saranno poche) si dovranno accontentare dei famosi 80 euro (Ne meritano molti di più è chiaro ora il mio pensiero?) per continuare a sperare e sopravvivere».
«QUESTA ROBA SI CHIAMA FASCISMO». Quello del segretario Pd è per il cantante dei Litfiba un «regime fa fuori chi è libero e non la pensa come lui, ai tempi di Berlusconi e di Mussolini questa roba si chiamava fascismo altro che Partito democratico».
E Pelù ne ha anche per i giornalisti filorenziani. Uno su tutte Francesco Merlo di Repubblica, colpevole «di aver scritto uno degli articoli più palesemente faziosi, deliranti e psichedelici degli ultimi anni proprio su di me infarcendolo di bugie, falsità e inesattezze tanto da sembrare una triste battuta dall’inizio alla fine».
IL GRAZIE A TRAVAGLIO. Meglio è andata a Marco Travaglio che il cantante «ringrazia di cuore», rappresentante di coloro che «si schierano in favore della libertà di parola, quella che dobbiamo ancora difendere nell’ Italia renzuschiana del 2014». E, infine, l’immancabile appello: «Stiamo uniti, stiamo rock».
Ora non resta che attendere di conoscere le vendite del libro con cui Pelù è in libreria Identikit di un ribelle (Rizzoli) e gli ascolti di The Voice.

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